Si suppone che sia stata scritta a Roma nella seconda  metà dell’anno 63, quando Paolo sembrò convincersi che il suo periodo di detenzione stesse per volgere al termine, a suo parere in senso favorevole. Dopo avere espresso il parere che per lui, allo stato attuale delle cose, sarebbe stato maggior guadagno andare in cielo, si è sentito in dovere di scrivere in  Fil. 1, 24-26 24: “ ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.  Poiché sono fiducioso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a tutti voi per il progresso e la gioia della vostra fede, affinché il vostro vanto nei miei riguardi progredisca in Cristo Gesù, di nuovo con il mio ritorno fra voi”. Il suo ottimismo fu tale al momento tanto da scrivere, nonostante lo stato di detenzione.  in Fil.1.13,14: “Desidero poi che sappiate, fratelli, come le mie vicende vengano di più verso il progresso del Vangelo,  come le mie catene per Cristo siano note in tutto il palazzo del pretorio ed in ogni altro luogo”.
Paolo, durante il suo secondo viaggio missionario negli anni 50/51 sbarcò in Macedonia Il suo soggiorno a Filippi fu di grande successo nella divulgazione del Vangelo. Ma egli fu anche sottoposto in pubblico nell’  Agorà,  al disonore delle verghe, e posto anche in cella di sicurezza nella prigione della città.
È risaputo attraverso i suoi scritti che proprio a Filippi accettasse  aiuti  materiali, non potendone proprio fare a meno. Un secondo episodio analogo avvenne, quando  i Filippesi, venuti a sapere che il loro maestro versava in  difficoltà, essendo egli in prigione a Roma negli anni 61-63, inviarono Epafrodìto, autorevole membro della loro comunità,  per assisterlo anche materialmente. Durante la sua permanenza a Roma, Epafrodito fu colto da lunga e grave malattia.

Dopo la guarigione, Paolo gli affidò la lettera affinché ne divulgasse il contenuto presso i Filippesi.